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ALERIA © 2013 maurimarino, per gentile concessione. https://www.flickr.com/photos/maurimarino/

ALERIA © maurimarino 2013, per gentile concessione. https://www.flickr.com/photos/maurimarino/

Dunque, dove eravamo rimasti.
Ah, sì. Un paio di fiori gialli fa, avevo iniziato a ripercorrere il mio personale sentiero alla scoperta del perché scrivo. Riportando alla luce, tanto per cominciare, un paio di concetti semplici e chiari.

Scrivo perché devo.
Scrivo perché non so fare altro.

Proseguiamo.

Una sera di (più di) qualche anno fa, in occasione di una conferenza nella mia piccola e ridente operosa cittadina, ebbi modo di rivolgere la domanda sul “perchè si scrive” ad un Vero Scrittore in carne e ossa: Gianni Farinetti, giallista, sceneggiatore, regista, gloria locale. Il quale mi rispose che si scrive per vanità; oltretutto, ammonendo la platea a non indulgere in approfondite contemplazioni del proprio ombelico, ergo, a evitare proprie personali biografie, che avrebbero forse il merito di interessare padre, madre e una ristretta cerchia di parenti e conoscenti. Forse. Dopodiché, stop.
Sarà, anche se a parer mio, sulla propria – per quanto banale e trascurabile – biografia, si possono costruire intrecci inimmaginabili.
Per quanto insignificante, credo non vi sia una sola esistenza che non possa diventare materia letteraria di un certo profilo. Dipende da come la si sa trattare. E comunque, il punto era un altro. Il Vero Scrittore, dalla propria viva voce, mi aveva fornito una risposta nuova, un terzo elemento oltre ai due che già avevo metabolizzato. Si scrive per vanità. Mi piace. Anche a volermela ritagliare addosso, non è fuori luogo. Anzi, direi che ci sto dentro benissimo.

Naturalmente, cammin facendo sono stato sensibile anche ai cenni, sul tema, che potessero aver disseminato qua e là i miei autori di riferimento. Primo fra tutti il Re, e chi sennò?
Ma prima, un breve contributo di Michael Crichton, da Viaggi… chissà da quanto tempo me l’ero annotato, visto che ho letto questo libro almeno 18 anni fa!

Attraverso lo scrivere ti appropri dell’esperienza, indaghi sul significato che ha per te, giungi a possederla e, alla fine, a metterla a disposizione degli altri.

Niente male, vero?

E per tornare al mio Narratore Supremo, ecco ciò che mi sono annotato dalla postfazione a Colorado Kid, a firma del buon vecchio Steve King.

…ad attirarmi soprattutto era il pensiero di Colorado Kid, appoggiato là contro quel cestino dei rifiuti a guardare l’oceano, un’anomalia che costringeva anche la credulità più flessibile al punto estremo in cui si spezza. Forse anche un po’ più in là.
Alla fine, non m’importava di come ci fosse arrivato; come un usignolo avvistato nel deserto, mi toglieva semplicemente il fiato il fatto che ci fosse.
E naturalmente avevo voglia di vedere come i miei personaggi avrebbero affrontato la situazione. Mi pare che se la siano cavata più che bene. Mi sono sentito orgoglioso di loro. Ora resterò in attesa della posta, quella elettronica e quella del tipo lumaca, per sapere come ve la siete cavata voi.
Non voglio dilungarmi sull’argomento, ma prima di lasciarvi, vi chiedo di considerare il fatto che viviamo in una rete di mistero e ci siamo semplicemente abituati a questa verità a tal punto che abbiamo cancellato la parola per sostituirla con un’altra che ci piace di più, vale a dire realtà. Da dove veniamo? Dove eravamo prima di essere qui? Non si sa. Dove stiamo andando? Non si sa. Ci sono molte confessioni che vi assicurano di avere le risposte, ma quasi tutti noi abbiamo l’intimo timore che possa essere tutto solo un inganno per riempire i piattini delle offerte. Nel frattempo ci troviamo a partecipare tutti a una sorta di partita coatta a mosca cieca mentre precipitiamo in caduta libera da Dov’è a Brancolo nel buio. Qualche volta scoppia una bomba e qualche volta l’aereo atterra senza problemi e qualche volta l’analisi del sangue è in ordine e qualche volta la biopsia è positiva. Il più delle volte la telefonata brutta non arriva nel cuore della notte ma qualche volta sì e comunque vada sappiamo che a un certo punto ci lanceremo con il pedale a tavoletta dentro il mistero.
E’ pazzesco essere capaci di conviverci e non perdere il lume della ragione, ma è anche bellissimo. Io scrivo per scoprire che cosa penso e quello che ho trovato in questo libro è che forse, ma proprio forse, è la bellezza del mistero a consentirci di vivere sani di mente mentre pilotiamo il nostro fragile corpo nella gara di demolizione che è il nostro mondo. Non ci passa mai il desiderio di toccare le luci nel cielo e non ci passa mai la voglia di sapere da dove venisse Colorado Kid (il mondo è pieno di Colorado Kid). Volere potrebbe essere meglio che sapere. Non lo dico con alcuna certezza, mi limito a suggerirlo.

Interessante, non c’è che dire.
Non il libro in sé, che sì, è un discreto riempitivo, ma per quanto ben scritto – e intendo ben “kinghianamente” scritto – non c’è nulla che già non si conoscesse, i consueti personaggi resi con sapiente maestria nei propri tick; in questo caso perfino un po’ troppo consapevoli di se stessi, diciamo pure due bei piacioni, la coppia di vecchi anfitrioni della giornalista-detective protagonista della storia. Una storia curiosa, e poco altro.
Ma la postfazione, quella, è davvero ricca di spunti personali. D’accordo, per dire una cosa King ci mette una vita, è prolisso fino all’inverosimile, e in questo io e lui siamo uguali. Non per nulla lo adoro, e lo considero uno dei miei sommi maestri spirituali 🙂 E credo che chiunque, leggendo tale postfazione e pur trovandola magari un po’ lunga e stiracchiata, non possa trascurare di apprezzare un passaggio o due.

Io scrivo per capire che cosa penso.

Bello, proprio bello. E appropriato, direi. Calza benissimo anche a me.
E mi piace molto pure quest’altra:

Volere potrebbe essere meglio che sapere.

il velato suggerimento che il perseverare, nella ricerca, possa essere anche meglio di trovare le risposte. Non perché mantenersi nel mistero, e nella relativa ignoranza di quel che ci circonda, sia più affascinante e stimolante del conoscere la verità. Ma perché l’autentico e più intimo godimento di un viaggio, come ha detto un qualche filosofo, sta per l’appunto nel viaggiare, prima ancora che nell’arrivare. E’ ciò che ci spinge a proseguire nel cammino.

E non è finita, certo che no, per quanto riguarda Sua Maestà Stephen King. Con tutto quel che in media leggo di lui, sarebbe strano il contrario.
Così, en passant, registro che secondo King ci sono scrittori che scrivono per cercare se stessi, e altri che scrivono per cercare un pubblico. Non ricordo con assoluta certezza dove l’abbia scritto, ma sono pronto a scommettere che sia in On writing.
Io appartengo senz’altro al primo genere, quanto meno per estrazione primigenia, e con ogni probabilità ancora adesso. Il fatto di volermi rivolgere a un pubblico è un desiderio di condivisione e confronto, ma questo non credo possa fare di me uno scrittore del secondo tipo. Ammesso che mi possa considerare uno scrittore, s’intende. Cosa che, come ho già ribadito in altre occasioni, non mi sento né sono. Preferisco definirmi un narratore.
Anzi, un cantastorie.

E ancora non è tutto, come forse avrete immaginato.
Il meglio, sul tema del perché si scrive, King l’ha dato in Danse Macabre, giusto nella parte conclusiva.
L’estratto è un po’ lungo, ma vale la pena di leggerlo. Assolutamente.
Ora però si è fatto tardi, dunque ne riparleremo la prossima volta.
Stay tuned!

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