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ILE ROUSSE © maurimarino 2013, per gentile concessione. https://www.flickr.com/photos/maurimarino/

ILE ROUSSE © maurimarino 2013, per gentile concessione. https://www.flickr.com/photos/maurimarino/

Riassunto delle puntate precedenti, sul tema #perchescrivo.

Prima puntata
:

  1. scrivo perché non posso farne a meno
  2. scrivo perché non so fare altro
  3. scrivo perché a volte non ho un rapporto immediato con la realtà, e devo ritornarci su con i miei tempi, a posteriori, per rielaborare
  4. scrivo per superare le distanze – quando ci sono – che mi separano dal mondo
  5. scrivo perché qualcosa di me sopravviva (cosa che, ripensandoci, avevo già espresso in altre parole qualche tempo fa)

Seconda puntata:

  1. scrivo per vanità
  2. scrivo per appropriarmi di un’esperienza
  3. scrivo per condividere un’esperienza
  4. scrivo per capire che cosa penso
  5. scrivo per cercare me stesso

Questi ultimi due punti provengono da Stephen King, il quale, come vi avevo accennato nella suddetta seconda puntata, si è espresso in merito anche su Danse Macabre, da cui vi ripropongo un lungo e articolato ragionamento.
Così lungo e articolato che non solo ho suddiviso questo post in due parti, ma ho dovuto anche sforbiciare il testo qua e là, come si evince dalle numerose parentesi quadre con i tre puntini in mezzo. Cercando, e augurandomi di esserci riuscito, di non intaccare l’integrità del pensiero del Re.

La mia idea della crescita è che il processo consista essenzialmente nello sviluppo di una visione ristretta delle cose, come se la mente entrasse in un tunnel, e in una graduale ossificazione della facoltà immaginativa […]
I bambini vedono tutto, considerano tutto; l’espressione tipica di un piccolo che è sazio, asciutto e ben sveglio sono due occhi spalancati che osservano tutto. Ciao, piacere di conoscervi, che bellezza trovarmi fra voi. Un bambino non ha ancora sviluppato quei modelli ossessivi di comportamento che pregiamo del titolo di “buone prestazioni di efficienza”. Il bambino, o la bambina, non hanno ancora interiorizzato l’idea che una retta è la distanza più breve tra due punti.
Tutto questo viene dopo. I bambini credono in Babbo Natale. Non che voglia dire molto: è solo una delle idee che hanno in testa. Allo stesso modo credono nell’Uomo Nero […], nella Fatina che prende il dentino e lascia la moneta sotto il cuscino… insomma, credono a tutte queste cose come se fossero le più naturali di questo mondo.
[…]
A poco a poco sopraggiungono la logica e il buonsenso, e le cose cominciano a cambiare. Il bambino comincia a chiedersi come fa Babbo Natale a trovarsi contemporaneamente al grande negozio di giocattoli e in un altro angolo della città, sopra il comignolo di qualche orfanatrofio a scampanellare e su al Polo Nord, alla guida della sua muta di renne. […] L’età comincia a delinearsi su quel viso di bimbo. “Non fare il bambino”, si sente dire con impazienza. “Hai sempre la testa fra le nuvole!” E la solita tiritera, naturalmente: “Ma non crescerai mai?”
Come dice la canzone, dopo un po’ di tempo Puff, il drago magico, smise di arrancare su per la salita di Cherry Lane per andare a trovare il suo vecchio amicone Jackie Paper. Wendy e i suoi fratelli alla fine abbandonarono Peter Pan e i Bambini Smarriti al loro destino. Basta con la Polvere Magica, soltanto un Pensiero Gentile di tanto in tanto… Eppure c’è sempre stato qualcosa di lievemente pericoloso in Peter Pan, vero? Qualcosa di lievemente troppo selvaggio… un qualcosa nei suoi occhi che era… sì, decisamente dionisiaco.

Oh, gli dèi dell’infanzia sono immortali, in realtà i bambini ormai grandicelli non li sacrificano; li passano soltanto a quelle birbe dei loro fratellini e sorelline. E’ l’infanzia stessa che è mortale: l’uomo è innamorato e ama ciò che passa.
E non è Puff, Tink e Peter Pan che ci lasciamo alle spalle nella nostra corsa per prendere la patente, il diploma e la laurea, o in quell’ansioso apprendistato grazie al quale raggiungiamo delle “buone prestazioni di efficienza”. Ciascuno di noi ha esiliato la Fatina del dentino (o forse è lei che ha esiliato noi, quando non siamo più stati in grado di offrire il prodotto che lei richiede), assassinato Babbo Natale (solo per poi resuscitarne il cadavere a favore dei nostri figli), ucciso il gigante che inseguiva Giacomino giù per la pianta del fagiolo. E il povero, vecchio Uomo Nero! Deriso e umiliato un’infinità di volte sino alla morte, come il signor Dark alla fine di Il popolo dell’autunno.

Ascoltatemi, adesso. In America, a diciotto, venti o ventun anni, dipende dall’età legale fissata in ogni Stato per poter bene alcolici, il fatto che vi venga richiesto di “esibire un documento di identità” può essere piuttosto imbarazzante.
Dovete frugarvi addosso per trovare la patente di guida, la tessera statale di diritto agli alcolici e anche una copia fotostatica del vostro certificato di nascita, per poter mandare giù un fottuto bicchiere di birra. Ma lasciate passare una decina d’anni, quando avrete i trent’anni dipinti negli occhi, e allora c’è qualcosa di assurdamente gratificante nel fatto che vi venga chiesto il documento di identità. Vuol dire che avete ancora l’aspetto di chi potrebbe non essere abbastanza in là con gli anni da bersi al bicchiere al banco del bar. Sembrate ancora giovani.

Quanto ho appena detto mi venne in mente un po’ di anni fa. Mi trovavo in un bar di Bangor chiamato Benjamin’s e mi stavo piacevolmente sbronzando. Cominciai a studiare le facce di quelli che entravano. Il tizio discretamente appostato accanto alla porta lasciò passare quello… quell’altro… e quell’altro ancora. Poi, alt! Fermò un tipo con una giacchetta sportiva e gli chiese un documento. Che io sia dannato se quel tipo non si volatilizzò in un batter d’occhio. A quel tempo nel Maine l’età legale per bere era diciotto anni (successivamente, gli incidenti sulle autostrade dovuti a guida in stato di ubriachezza indussero i legislatori ad alzare l’età minima a venti anni), e tutte le persone che erano entrate mi erano sembrate sui diciotto. Così mi alzai e chiesi al buttafuori come faceva a sapere che l’ultimo tipo era minorenne. Si strinse nelle spalle e disse: “Lo sai e basta. E’ quasi tutto negli occhi”.


(continua sulla seconda parte)

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