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Fonte: sololibri.net

10/09/2007

Non è un segreto che Thomas Mann abbia fatto della propria vita letteratura. […] Thomas Mann è stato l’archivista della propria esistenza in migliaia di pagine, il Narciso che conversava col mondo attraverso lettere e missive come per difendere la sua dorata solitudine, lo stratega di una narrativa che ruota intorno a se stesso.

Nel riportare qui le parole che mi ero annotato ormai diversi anni fa, non ho alcun dubbio sul perché l’avessi fatto, cioè sul motivo per cui tali parole mi avessero colpito. Tanto da indurmi a tralasciare il nome del’autore, come se la sola cosa che contasse per me, in quel momento, fosse il loro significato.
A un primo impatto emotivo, è stato (ed è) senz’altro così.

Vi è mai capitato di leggere qualcosa in cui ogni minimo dettaglio sembra ritagliato apposta su di voi? Credo sia una cosa che succeda a tutti, almeno una volta nella vita. Nel ruolo di lettore, o di spettatore, è uno di quei processi di identificazione con il quale ci si riconosce in un personaggio, in un autore, in un’opera di fantasia. Ed è ciò che capita a me rileggendo le parole qui sopra. Che sembrano descrivermi, in una certa mia attitudine prevalente, con estrema precisione. Tralasciamo pure il paragone con Thomas Mann, troppo elevato, improponibile, immaginiamo che si parli di un pinco pallino qualsiasi. Ebbene, non posso fare a meno, in quel tale, di riconoscere me stesso. L’archivismo esistenziale, la dorata solitudine, il narcisismo nell’intrattenere rapporti epistolari (un tempo con carta e penna, poi via e-mail, ora attraverso i miei blog) in cui raccontare di me prima ancora – e molto più – che di voler comunicare qualcosa. Un’evidente e articolato costrutto narrativo che ruota attorno a me stesso. Il non ancora così evidente ma percepibile intento di voler fare della mia vita letteratura, non diciamo alta, che non ho certo quest’ambizione, ma di un qualche genere.

Motivazioni che, in qualche misura, credo appartengano a tutti coloro che avvertono il bisogno di scrivere. Al tempo stesso, ritengo però che l’impulso narcisistico, e il desiderio di autoaffermazione che si traduce nell’esprimersi, possano spiegare molto, ma non tutto. Non sempre. Ove tali spinte non siano esaustive di una sfera motivazionale, entrano in gioco altri fattori, che ho analizzato nei precedenti post sull’argomento (°). Il riappropriarsi di un’esperienza, rielaborandola, traghettandola nel futuro. Il rispondere alla realtà, superandola. In qualche caso creandosene una alternativa, dunque “raccontandosela”, prima ancora di raccontarla ad altri. Oppure, divertendosi a condividere i propri sogni a occhi aperti, senza darsi troppa importanza.

In qualche altro caso – pur partendo dal presupposto che, scrivendo di sé in prima persona, un grado di oggettività assoluta è impossibile – se si è capaci di sufficiente sincerità e autocritica nel narrare la propria versione dei fatti, riviverli e metterli nero su bianco può permettere di capire qualcosa in più di se stessi. Anche a distanza di anni. Di se stessi, e di ciò che si è vissuto e come. E così facendo, chissà, imparare magari una cosa o due, sul migliorare la propria visione della vita e del mondo, sia in retrospettiva che in prospettiva. Concedersi insomma una seconda occasione per correggere la rotta, e affrontare con più serenità e consapevolezza (o per meglio dire, con un più alto grado di resilienza) i tratti di mare tempestosi.
E con maggiore gratitudine quelli scorrevoli e tranquilli.

 La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.

Gabriel Garçia Marquez,
Vivere per raccontarla

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(°) Il cui filone si ricongiunge qui e qui.

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